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Pedagogia della pace
Inserito il 16 marzo 2009 alle 16:19:00 da admin. IT - Varie

Che cosa intendiamo quando parliamo di pedagogia della pace

 La storia della pedagogia si è spesso soffermata sul problema di come indirizzare la formazione della personalità, ,... segue in dettagli 




Che cosa intendiamo quando parliamo di pedagogia della pace

La storia della pedagogia si è spesso soffermata sul problema di come indirizzare la formazione della personalità, valorizzando le istanze dell’individuo come la sensibilità, l’intelligenza, l’indipendenza e la spontaneità a seconda dei bisogni di una società in evoluzione. Lo sviluppo di una mentalità aperta, cosmopolita, attraverso la conoscenza della propria cultura e di quella di altri paesi, permette gradualmente di basare i comportamenti sulla comprensione e sul rispetto degli altri popoli. Abitua le nuove generazioni a individuare soluzioni nell’interesse comune, considerando i problemi in una dimensione planetaria, l’unica riconosciuta efficace per fronteggiare i maggiori nodi e conflitti della nostra società.

Cosa può amalgamare la grande quantità di conoscenze di cui disponiamo e la capacità di agire realmente in modo umanistico?

                                         Le società e l’istruzione ci forniscono tante conoscenze ma queste non ci assicurano la capacità di saperle usare in modo appropriato e a vantaggio di tutti. La conoscenza, infatti, è solo un aspetto di un elemento più grande. Se non si è in grado di fondere le conoscenze in modo significativo, le stesse non potranno essere di reale aiuto per agire con buon senso o per comprendere la complessità dei fenomeni della vita e trasmetterli. Una cultura, che non cerca di inserire le specifiche conoscenze in una visione globale della realtà, inaridisce lo spirito umano, invece di arricchirlo: questo è il rischio che sta correndo oggi la pedagogia. La carenza della scuola italiana e di quella europea è di essere centrica, cioè fondata sui valori tradizionali, come il logos, la razionalità applicata, la tecnica intesa come massi- mizzazione dell’efficienza e della trasformazione della natura. Valori del tutto lodevoli ma incompatibili rispetto ad una visione cosmopolita della cultura. L’impostazione, che caratterizza attualmente l’insegnamento scolastico, diventa egemonica rispetto a culture “altre”.

In questo contesto la scuola italiana è chiamata ad aprirsi al diverso da sé ed a riconoscere che l’identità propria dipende dall’accoglienza dell’identità altrui. La scuola di oggi in Europa dovrebbe partire dal presupposto che la gerarchia fra culture non esiste e che qualsiasi gruppo umano è in grado di produrre significati.

Tutte le culture hanno la stessa funzione.

Occorre rinunciare alla propria presunta egemonia favorendo lo scambio culturale su un piano di fondamentale uguaglianza. La sola etica accettabile è quella di considerare tutti gli esseri umani non altro che esseri umani.

In primo luogo l’educatore dovrebbe assumersi la responsabilità di ricercare il valore e la felicità dell’essere vivente nella sua totalità. Ciò non vuol dire che lo scopo finale sia quello di puntare sull’aspetto edonistico dell’apprendimento. Al contrario occorre privilegiare le intrinseche capacità dell’essere umano nella creazione di valore per sé e per gli altri nella prospettiva del raggiungimento di questi obiettivi:

A) L’evoluzione di una società pacifica

B) L’acquisizione e il rispetto dei diritti umani

C) La sacralità della vita stessa e la creazione di valore.

A)  L’evoluzione di una società pacifica

E’ possibile insegnare la pace e di conseguenza imparare a costruire la pace in modo che gli adulti di domani diventino “costruttori di pace”?

Dal momento che la pace è l’obiettivo dichiarato di tutti i governi ed è l’aspirazione profonda di ogni essere umano, qualsiasi sia la sua provenienza sociale, di razza, di sesso, è possibile farne materia di studio?

I territori del pacifismo sono ignoti ai più, nonostante che la letteratura sulla prassi della non violenza e la difesa dei diritti umani sia vasta e in costante crescita.  I giovani aspirano a trovare alternative alla risoluzione dei conflitti che passino attraverso il dialogo.

Una scuola per la pace dovrebbe:

1) puntare sull’approfondimento della teoria e prassi della non violenza attraverso lo studio delle figure storiche che hanno dedicato la propria vita alla risoluzione pacifica dei conflitti

2) sottolineare il valore morale del condividere

3) considerare la possibilità della resistenza organizzata sia contro che contro ogni violazione dei diritti umani

4) sviluppare la forza del compromesso e l’attitudine mentale al negoziato.

In relazione a questi orientamenti, allo stato attuale, gli insegnanti  non riescono a sottrarsi ad una contraddizione: da un lato proporre un’ educazione “laica” e “imparziale”, dall’altra garantire un insegnamento religioso ( in genere di ispirazione cattolica). Interessante sarebbe, al contrario, favorire la coscienza della trasversalità dei principi che pongano l’uomo, il rispetto dei suoi diritti e la convivenza civile al centro dell’interesse per lo sviluppo di una società pacifica.

In questa direzione  si muove la Proposta di Legge di iniziativa popolare, Atto Camera n. 4230, Introduzione dell’insegnamento della disciplina “educazione ai diritti umani” nelle scuole secondarie di primo e secondo grado.

L’originalità della proposta è quella di conferire a tale materia di studio la stessa dignità delle altre e conseguentemente di prevederne l’insegnamento all’interno dell’orario scolastico vigente. L’idea di base del progetto, che viene qui presentato -“La pace è un arte che deve essere insegnata” - è quella di anticipare in via sperimentale la Proposta di Legge attraverso corsi pomeridiani che sollecitino  l’esigenza alla pace.

“Se vogliamo davvero –scrive Gandhi- realizzare la pace nel mondo dobbiamo cominciare dai bambini. Se cresceranno assecondando la loro naturale innocenza, non ci saranno lotte, non assisteremo al fallimento delle risoluzioni, semplicemente transiteremo dall’amore all’amore e dalla pace alla pace”.

“Assecondare la loro naturale innocenza”, vuol dire credere nell’uomo e nella sua originaria esigenza alla pace. Risvegliare a tale esigenza sarà il compito dell’educatore attraverso un insegnamento che non cali dall’alto, che non sia direttivo e che non si cristallizzzi come pura teoria o falsa coscienza. Anche nella ricerca di un profilo teorico pratico occorrerà mettere fondamentalmente in discussione un metodo di insegnamento che vede gli allievi come contenitori e non come creatori di valori che possano mettere in discussione le risposte.

Lo scopo dell’insegnamento alla pace è quello di:

A)                           fare della riconciliazione una prassi accettando prima di tutto le proprie mancanze, riconoscerle nell’altro e integrarle con empatia all’interno della propria esperienza.

B)                           Individuare i punti di contatto fra esseri umani, coetanei, amici e conoscenti invece di puntare alla formazione di un io egotista.

C)                           Scoprire i propri debiti di gratitudine rispetto all’habitat, al mondo degli adulti e dei coetanei.

D)                          Educare al perdono elaborando la collera. Insegnare ad individuarne la fonte dentro se stessi. Coltivare inoltre l’atteggiamento del perdono diminuisce il senso di vendetta.

E)                           Sviluppare le infinite potenzialità di dialogo attraverso l’arte dell’oratoria per procrastinare i conflitti all’infinito come uniche ed efficaci armi per prevenire o combattere qualsiasi controversia o guerra. Individuare ciò che è subito fattibile per permettere una tregua e non lasciare che il rancore ristagni.

F)                            Rilevare le occasioni in cui si può dare il meglio di sé, lodare, incoraggiare all’autostima in un clima non competitivo.

Per una didattica della pace, essenziale diventa individuare l’escalation che approda alla risoluzione violenta dei conflitti. La nozione di vittoria non significa necessariamente la sconfitta, la sopraffazione e l’annullamento dell’altro. Nell’avere a cuore il destino degli esseri umani, l’attenzione è rivolta più alla definizione degli obiettivi comuni e non alle differenze che separano un individuo dall’altro.

L’attaccamento alla propria diversità non ha mai contribuito a tali scopi. La paura dell’altro va intesa come disagio interiore, che, proiettato all’esterno, pone le radici del razzismo. La nozione di potere condiviso e non autoritario può aiutare ad assaporare il gusto della solidarietà. Essere consapevoli, ad esempio, che i rifugiati politici o di guerra non sono persone che cercano un migliore standard di vita, che non hanno commesso crimini, può servire a sciogliere le ostilità nei loro confronti.

Incrementare la capacità di ascolto marca un passo in avanti per la costruzione di una società pacifica. Insegnare ad ascoltare significa  sviluppare l’attitudine ad andare oltre le parole per cogliere l’essenza del pensiero e del cuore dell’altro. Ascoltare, in questo senso, non è solo fare delle deduzioni razionali di quanto viene detto, ma sforzarsi di vedere cosa c’è dietro un’ affermazione o una presa di posizione, a prescindere dall’arroganza dell’interlocutore.

Purificare in sostanza il cuore dai suoi elementi negativi è uno sforzo costante a cui dovrebbe tendere ogni etica, ogni didattica innovativa. Una riflessione suoi propri sentimenti negativi aiuta e libera i giovani da un fardello che spesso non sanno come condividere con gli altri, aumentando, per esempio, gli episodi di bullismo o cameratismo violento.

 Democrazia, non violenza e pace sono le tre parole chiave di ogni ricerca, di ogni studio che abbia come scopo la formazione di “costruttori di pace” già all’interno di ogni orientamento scolastico.

I costruttori ideali di pace sono gli insegnanti ai quali spetta raccogliere la sfida. Promuovono azioni concrete per scegliere la pace come unica e più efficace azione possibile indicando, ad esempio:

- quanti conflitti siano stati storicamente risolti senza il necessario ricorso alle armi.

- un parallelismo fra la risoluzione dei conflitti  personali e quelli collettivi,  proponendo test con domande del tipo: come affronti il fatto di essere in disaccordo con qualcuno? Puoi indicare quante persone hai perdonato di recente? Trovi difficile perdonare qualcuno che ti ha ferito profondamente?

- uno studio delle personalità storiche che più hanno contribuito alla costruzione della pace.

- la promozione di visite guidate nelle istituzioni totali come carceri, ospedali, periferie e zone degradate per il coinvolgimento in situazioni di volontariato. Avere un’ esperienza diretta, corrispondere con qualcuno che è privo della libertà, avere un impatto emozionale con qualcuno che abbia subito abusi può essere traumatico se, al contempo, non si forniscono chiavi di lettura e soluzioni.

Formati alla scuola del dialogo già dai primi anni di liceo, gli studenti potrebbero intraprendere un serio cammino lungo la strada della non violenza, che potrebbe portare alcuni di loro a diventare esperti operatori del sociale e del mondo politico economico nei settori del no profit e della finanza etica.

             

B) Acquisizione e rispetto dei diritti umani

In una nuova sfida pedagogica un’attenzione particolare meritano la conoscenza e il rispetto dei diritti umani.

L’acquisizione e il rispetto dei diritti umani andrebbero intrapresi come un viaggio educativo che approdi alla  coscienza degli abusi e delle realizzazioni nel campo dei diritti, quindi la finalità principale dovrebbe essere quella di un coinvolgimento personale nell’individuazione e nella difesa di un diritto. 

In questo contesto le aree tematiche ovviamente spaziano dalla sfera dei diritti individuali a quella dei diritti collettivi, fino ad arrivare alla negazione totale operata dalle nazioni coinvolte in operazioni di guerra, violando palesemente ogni volta i principi  sanciti dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che nel 1948 approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nelle sue 5 lingue ufficiali.  

Le ambiguità di comportamento degli Stati, che pure sottoscrissero la Dichiarazione, le contraddizioni nella politica estera ed interna non emergono in alcun testo scolastico, né hanno meritato finora un approfondimento tale da diventare una materia di studio a sé stante. 

Il caso più eclatante di negazione dei diritti umani è sicuramente la pena di morte, che rappresenta la violazione massima del diritto alla vita. Le altre violazioni rientrano in un elenco purtroppo interminabile.

Alla luce dei dati resi pubblici durante la mostra itinerante La Città dei Diritti Umani. Verso un secolo di Umanità, allestita, a Roma, nei Mercati Traianei lo scorso inverno, patrocinata del Comune di Roma:

·              3 miliardi di esseri umani vivono con meno due  dollari al giorno

·              2 miliardi di donne soffrono di anemia

·              1 miliardo e 350 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile

·              Il 20% dei bambini nel mondo non frequenterà mai la prima elementare.

·              34 milioni sono i disoccupati nei paesi industrializzati

·              il 46% della popolazione africana sub-sahariana vive senza alcun reddito

·              il 72% degli abitanti del Mali vive sotto la soglia della povertà assoluta.

·              50 milioni di rifugiati nel mondo, esseri umani senza tetto e senza cibo.

 Oltre ad insegnare a non dare mai per scontata la fortuna di cui si gode in termini di salute, talento, e benessere economico, inclusa la possibilità di avere una infanzia e una famiglia felici, una nuova pedagogia  punterebbe a pensare globalmente e ad agire localmente, scoprendo l’interdipendenza fra le nazioni per seminare i germi della pace. Se impariamo da giovani a dare qualcosa che ci è stato fornito in abbondanza (affinché un bene venga equamente condiviso) è probabile che continueremo a farlo nel corso della nostra vita.

Ogni percorso di studi dovrebbe includere attività socialmente utili allo scopo di offrire aiuti concreti al sud del mondo e offrire maggiori conoscenze sulle strutture che attualmente operano in tale senso, l’Onu, la Fao, l’Unesco, L’Oms, l’Acnur, le Ong e la Wfuna (Federazione Mondiale delle Associazioni delle Nazioni Unite).

Individuare temi come: il mancato utilizzo di tutte le risorse produttive, umane ed economiche come causa di una minore produzione di beni e servivi, con una conseguente riduzione del prodotto complessivo, significa cominciare a destreggiarsi con gli strumenti di una nuova economia, finalizzata al bene globale.

A tal fine potrebbe essere di grande aiuto sottoporre agli studenti le esperienze della Banca Etica o di banche come la Grameen, fondata da Muhammad Yunus in Bangladesh, che concede prestiti e supporto organizzativo ai più poveri, altrimenti esclusi dal sistema di credito ordinario.

Un’educazione al consumo risulta fondamentale e consequenziale ad una scelta etica. Il consumo critico dovrebbe essere un atteggiamento su cui far riflettere gli allievi giornalmente e che consiste in una scelta meticolosa e non dettata dalla seduzione di una pubblicità illusoria. Dovrebbero essere incentivate domande sulla storia del prodotto e la condotta della casa produttrice.

Scegliendo cosa comprare e cosa no non solo segnaliamo i metodi produttivi che approviamo o e quelli che condanniamo, ma sosteniamo le forme produttive corrette mentre disincentiviamo le altre.

Il libero mercato in sé è diventato l’elemento di maggiore rilievo non solo nella sfera dei diritti umani  ma anche nella gerarchia di tutti gli altri valori al punto tale che il rispetto delle norme dei diritti umani è sempre più sottoposto ad una valutazione di compatibilità con le esigenze produttive e di mercato. Spiegare, suscitare domande rispetto alle conseguenze della globalizzazione selvaggia, che negli ultimi venti anni ha portato ad una forte crescita delle disuguaglianze sociali e dei differenziali di reddito, può portare ad una comprensione e ad una valutazione di scelte personali a riguardo. A questa globalizzazione del mercato va opposta una globalizzazione dei diritti e delle responsabilità del futuro cittadino.

       

          C) La sacralità della vita umana e la creazione di valore

Gli esseri umani sono fra loro tutti uguali o tutti diversi? Occorrono diritti per tutti senza discriminazione? Cosa sottintende la nozione di razza? La diversità arricchisce o penalizza il mondo? Queste le domande che andrebbero inizialmente poste per un semplice scambio di idee. Il ragionamento e la messa in evidenza di ciò che pensano gli allievi può dare una panoramica di quanto abbiano assorbito dalla realtà circostante e il loro livello di critica.

L’educazione alla condivisione porta anche alla presa di coscienza che la via migliore per la felicità risiede nella produttiva partecipazione alla vita di tutti. Solo quando le persone si renderanno conto che la loro vita contribuisce al miglioramento della collettività, decideranno di lavorare per il bene di tutti e per una società che si avvicini di più a quella ideale.

Nella fase imitativa, quella in cui  si stabilisce la fiducia in un determinato modello(come nelle scuole primarie, ad esempio) si corre il rischio che i bambini, spinti da una fede cieca, vivano seguendo per lo più alla lettera qualsiasi cosa che venga detta loro, conformandosi del tutto alle norme e ai modelli già esistenti.

Spesso l’adulto si ostina su un argomento costringendo il bambino ad accettare il ragionamento senza che questi ne abbia compreso il significato. Piuttosto che l’idea si privilegia l’autorità della persona. Unico modo per arginare tale deviazione è quella di lasciare la parola all’ esperienza diretta che rende consapevoli della contraddizione. Le esperienze fra coetanei e fra l’insegnante e il bambino hanno un’ importanza in sé e non hanno bisogno di etichette. Prima che il carattere sia pienamente formato i bambini possono impulsivamente calpestare i diritti degli altri ma ne ricaveranno una situazione di disequilibrio palese a prescindere dalla nozione etica che viene loro fornita dall’alto. Sottolinearla per allusione o per metafora è un buon metodo per far sì che il bambino intuisca da solo ciò che conviene alla sua tranquillità.

Nella fase di maggiore autoconsapevolezza (medie e superiori) si accettano i dogmi, ma si pongono molti interrogativi. Dubbio e scetticismo rappresentano quindi uno stato intermedio verso un atteggiamento scientifico e razionale. Da qui nasce l’esigenza alla promozione di una motivazione tendente al benessere di tutti che sia un autentico frutto della propria interiorità. Un discorso su quanto sia possibile decifrare impulsi e desideri, a livello collettivo in cui tutti si espongono può servire a placare l’ansia e a condividere e ad individuare progetti. Imparare a capirsi e a “guardarsi dentro” senza paura di essere giudicati può essere un forte stimolo a far emergere infinite potenzialità che non seguono una direttiva “dall’alto”.

Un buon insegnante è colui il quale mette i suoi studenti nella condizione di scoprire qualche verità non trasferendo solo nozioni con il classico procedimento meccanico di memorizzazione ed esposizione. Cogliere, valutare e trasformare dovrebbero essere i punti da affrontare in una classe consapevole.

Una didattica, che abbia come finalità la creazione di valore, deve essere sopratutto rivolta alla percezione della propria umanità e condurre all’accettazione di una dignità comune. Far maturare, promuovere un pensiero positivo, rivolto all’azione e non alla lamentela e alla critica, può risvegliare risorse inaspettate. Un metodo efficace può essere quello di studiare le esistenze di coloro che incarnano uno stile di vita basandosi sulla creazione di valore, riesaminando i successi da loro faticosamente raggiunti grazie a capacità particolari, che, comunque, risiedono in ciascun essere umano  e possono essere risvegliate e, quindi, rese raggiungibili e concretamente utilizzabili.

                    Grazie alle rivelazione delle potenzialità di tutti, ognuno, nel suo specifico, ha la   capacità di produrre valore. Per fare ciò occorre partire dalla esperienza del singolo individuo.

La narrazione di esperienze vissute, l’elaborazione dell’accaduto, la condivisione del fatto producono solitamente grandi spostamenti di prospettiva personale e collettiva. Puntare sull’autenticità del vissuto personale porta automaticamente alla valutazione del “fare”, dunque allo studio della migliore azione da intraprendere.

Un processo educativo formativo tende alla creazione di nuovi cittadini, persone ragionevoli che capiscano il mondo in cui vivono, che capiscano le loro stesse pulsioni. Interpretare e comprendere sono solo i primi passi per sviluppare la domanda sul come intervenire. La vera conoscenza è quella che si acquisisce smontando un oggetto, piantando un albero, lavorando un terreno e non assorbendo migliaia di stimoli difficilmente controllabili.

Una nuova pedagogia dovrebbe tendere alla trasformazione del mondo: da un insieme di isole separate o in conflitto ad una civiltà globale di singoli gruppi che accettino, prima di tutto, la sfida della reciprocità e della comunicazione aperta e continua al fine di una decisione comune, plurale e multicolore.

Teresa Miriam Campi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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